Una premonizione di Bonsai

Nessun sogno ordinario
Il Bonsai viaggio di Alessandro Bonardo, Italia

Era l’11 aprile del 2010, il giorno in cui, per la prima volta, misi le mani su un bonsai.

Si trattava di un comunissimo corso base in cui insegnavano come prendersi cura di quelle pianticelle da mercatino che di giapponese non hanno nulla di più del nome in etichetta.

Certo può sembrare strano, ma già all’epoca mi rendevo conto del fatto che il bonsai fosse molto più di un semplice hobby.

L’interesse per quest’arte  iniziò quando ancora potevo contare gli anni sulle dita delle mani; durante le escursioni nei pressi di Vinadio, a Colle della Lombarda e Colle Maladecia  in particolare, rimasi affascinato dalle forme vecchissime di larici e pini cembri.

alessandro bonardo

Alessandro Bonardo

Nel bonsai intravedevo anzitutto la possibilità di trasferire l’emozione di quei luoghi su un balcone di casa.

Avevo otto o nove anni quando feci richiesta di iscrizione alla Scuola d’Arte Bonsai ma il riscontro fu tutt’altro che gradevole:

“il bonsai non è cosa per i bambini, aspetta almeno di avere dodici anni!”

Così feci, ma non la presi bene.

Nell’attesa iniziai a formarmi un gusto per gli alberi in miniatura su vari cataloghi il più rilevante dei quali era “Capolavori Bonsai” della Nippon Bonsai Association.

Dal 2010 seguii per un paio d’anni la Scuola d’Arte, poi i corsi furono interrotti e mi ritrovai al punto di partenza  con alcune piantine in più da curare.

alessandro bonardo

Nel 2013 Massimo Bandera teneva lezioni di bonsai ad Alba; avevo già apprezzato le sue opere su varie pubblicazioni, di queste mi affascinavano le lavorazioni invasive perché si sa, senza il lavoro dell’uomo non c’è arte.

La prima lezione fu interessantissima: oltre ad aver lavorato un bel kuromatsu, in origine alto più di un metro, regalo di  pasqua dei miei genitori, rimasi affascinato dai video e dalle spiegazioni sul grande maestro d’avanguardia Kimura Masahiko.

Le sue opere sublimi, perfetto connubio di forza dei tronchi e delicatezza delle chiome mi parsero qualcosa di tutto nuovo, mai visto nell’ambiente del bonsai classico.

La lezione terminò con la battuta ironica del maestro Bandera che di fronte alle facce meravigliate dei suoi allievi disse:

“Se volete andare a studiare dal Grande Maestro vi basta sapere il Giapponese ed essere intenzionati a studiare da lui cinque anni”.

Non lo dissi a Massimo ma iniziai subito a studiare il Giapponese prendendo lezioni da un traduttore nella mia città.

Un anno più avantì lo misi al corrente delle mie ambiziose intenzioni e lo vidi veramente incredulo: “Se vuoi fare un’esperienza in Giappone non è necessario andare per forza da Kimura, vuole che si sappia il Giapponese, e che si studi da lui per almeno…” “5 anni! E il Giapponese lo sto già studiando!”.

Data la prontezza della mia risposta il discorso si fece più serio, su consiglio di Massimo prosegii gli studi linguistici con le impareggiabili insegnanti Sawa Nakamura e Yukiko Deangelis moltiplicando la velocità di apprendimento.

Venne poi il momento di mettere al corrente anche il Grande Maestro delle mie intenzioni, avendo letto l’esperienza di Ryan Neil immaginavo che le procedure si sarebbero svolte a rilento per cui nell’estate del 2015 mandammo la prima lettera al maestro.

Incredibilmente due mesi dopo ricevetti la risposta: il maestro voleva incontrarmi.

Ovviamente il merito di una tale tempestività va attribuito a Massimo e alla professoressa Nakamura.

Nel febbraio dell’anno seguente, non potendo essere definito una schiappa a scuola, decisi di prendermi una bella vacanza per il mio primo viaggio in Giappone.

Fu una salita verso il meglio partendo dal visitare la kokufu per arrivare ai giardini dei maestri Kobayashi e Kimura.

Quest’ultimo mi parve di una perfezione inaudita, ogni singolo filo d’erba si trovava al posto giusto ed era di colore e misura perfetti.

I capolavori fin dall’ingresso sfavillavano nei loro toni di verde ed in mezzo a questi primeggiava il Toryuunomai, albero di un armonia ineguagliabile tra le cui fronde si celano le essenze più profonde della natura e dell’arte, cosicché standolo a guardare si può percepire quel meraviglioso silenzio che abbraccia i paesaggi alpini.

Esitai un momento prima di varcare la soglia, il maestro non c’era e così cominciammo ad ammirare le opere accarezzando con lo sguardo le folte chiome.

Al suo arrivo ci ritrovammo in fila, ritti come soldati a fargli il nostro rispettoso inchino.

Parlammo per più di un ora con il maestro che, nonostante le comitive di turisti e clienti, sembrava avere attenzioni solo per noi quel giorno.

Ci offrì calorosamente il tè, dolci giapponesi buonissimi e i mandarini del suo giardino.

Mi spiegò in una scala di sette elementi basata sulla rarità cosa serve ad un uomo per diventare un grande nel suo campo.

L’impegno è la base senza il quale si è al di sotto del livello zero nell’apprendimento; questo, assieme alla volontà di diventare sempre più grandi e alla capacità di far crescere, fa parte di quelle qualità su cui si può influire attraverso il controllo di se.

Vengono poi la creatività e le idee che crescono all’aumentare dell’esperienza.

Il talento ed ancor di più la sensibilità sono caratteristiche assolute assopite in alcuni individui che si destano se opportunamente stimolate.

Durante il colloquio il maestro rimase abbastanza stupito del fatto che parlassi in giapponese, a dire la verità lo rimasi anche io in quanto pensavo si aspettasse una favella migliore.

Sulla via del ritorno mi sono sentito veramente beato, ripensavo ai bonsai che mi avevano colpito maggiormente e all’incontro con il maestro.

Ora, a distanza di alcuni mesi, forte di uno studio ben più approfondito della lingua, mi accingo a partire per questa avventura fantastica all’insegna del Giappone tradizionale che, per alcuni versi, non è molto differente dall’Italia dei grandi artisti come metodo di insegnamento.

Oltre naturalmente a Massimo Bandera, Sawa Nakamura e Yukiko Deangelis, devo i miei più sentiti ringraziamenti alla mia famiglia per avermi profondamente assecondato in un sogno che può essere definito inconsueto, eccentrico ed idealistico, ma che si poggia sulla passione per la bellezza in generale e perla natura verso la quale ciascuno dovrebbe provare un sentimento di forte legame.

Voglio inoltre ringraziare il signor Marco Invernizzi per avermi reso le comunicazioni con il maestro decisamente più semplici ed efficaci e l’Istituto Superiore Umberto Primo di Alba, meglio noto agli studenti come Scuola Enologica, per le notevoli conoscenze botaniche che mi ha trasmesso, sempre utili in campo bonsai.

Se mi si chiede quale ritengo che sia il significato di fare bonsai rispondo che è crescita personale ed equivale a condensare una parte di sé, che sono le idee, che prima del processo creativo esiste solamente per l’autore e subito dopo viene donata al prossimo come emozione racchiusa in una forma.

 

Alessandro Bonardo